di M. K. Bhadrakumar
Il
generale di marina Peter Pace, capo del US Joint Chiefs of Staff, non è
nuovo alle gaffe. Quando l’astuto editore del Chicago Tribune lo ha
recentemente coinvolto in una discussione sulla politica “non chiedere
non dire” del suo ex comandante in capo Bill Clinton riguardo
l’omosessualità tra i soldati di servizio statunitensi, Pace ha
risposto che l’omosessualità è immorale come l’adulterio.
Tra
coloro che hanno prontamente risposto anche il senatore Hillary
Clinton. Per una settimana, è sembrato che Pace avesse eliminato i
campi di morte iracheni dai principali dibattiti americani.
A
prima vista potrebbe sembrare che Pace abbia fatto una ridicola gaffe
martedì quando ha sostenuto che l’Iran potrebbe essere implicato nella
fornitura di armi all’insorgenza talebana in Afghanistan. Pace ha detto
ai giornalisti di Washington “Sappiamo che ci sono munizioni fatte in
Iran che sono ora in Iraq e Afghanistan; che la leadership del paese
sappia quello che le sue forze armate stanno facendo o meno. E in
questo caso, sarebbe un problema”. Pace ha aggiunto che mortai
fabbricati in Iran e esplosivi C-4 sono stati intercettati a Kandahar.
Ma è risaputo che il paese è stato invaso da armi iraniane fornite
all’Alleanza del nord durante la resistenza anti-talebana nella seconda
metà degli anni ’90. L’Istitute for War and Peace Reporting con sede a
Londra ha monitorato innanzitutto i gruppi dell’Alleanza del Nord con
base nell’Afghanistan settentrionale che vendevano clandestinamente le
loro scorte di armi ai talebani. Un corridoio nord-sud di contrabbando
armi sembra aver avuto luogo. Anche i contingenti Nato hanno confermato
questo traffico.
Non c’è niente di nuovo a proposito di armi
con contrassegni iraniani trovate a Kandahar. Pace ha fatto un’altra
gaffe? No, Pace non può non sapere della disposizione del terreno nella
zona di guerra afghana. Deve essere un buon soldato per aver ottenuto e
tenere un ufficio tanto importante. Ma, come scrisse Bertold Brecht
nella sua famosa opera “Il cerchio di gesso del Caucaso”, “un buon
soldato ci mette cuore e anima. Quando riceve un ordine, si eccita, e
quando infila la propria lancia nelle budella del nemico, viene”.
Pace
stava parlavando dietro ordini. Poco prima che avesse parlato tre
anziani ufficiali dell’amministrazione di George W. Bush avevano fatto
dichiarazioni, il segretario della Difesa Robert Gates, l’assistente
segretario di Stato Richard Boucher e la portavoce della Casa Bianca
Dana Perino.
Perino in sostanza ha tenuto Bush fuori dalla
controversia, ma quello che era interessante era che Gates e Boucher
hanno parlato mentre stavano viaggiando in regioni rilevanti per l’Iran
e la guerra afghana; Gates era al Cairo, e Boucher parlava durante una
visita a Bruxelles che aveva lo scopo di aumentare il supporto europeo
alla guerra afghana.
Gates è stato
categorico riguardo il coinvolgimento del governo iraniano. Quindi è
passato a discutere la politica afghana di questo. Gates ha detto, “non
sappiamo a quali livelli dal governo iraniano o all’interno del governo
iraniano questo sia stato approvato. Non sappiano da dove provenga
l’assistenza. E’ ovviamente problematico e preoccupante che gli
iraniani possano decidere di contrastare gli sforzi di 42 nazioni in
Afghanistan di stabilire un forte stato democratico. Dovremo stare
molto attenti”.
Cetamente, invitando gli alleati e gli amici
degli Stati Uniti ad unirsi alla sua condanna di Teheran, Gates ha
esagerato. Infatti, è impensabile che il governo iraniano abbia compito
una virtuale inversione "ad u" nella sua politica contro i talebani.
L’Iran è un grande protagonista in Afghanistan. Negli scorsi cinque
anni ha intelligentemente sfruttato ogni nuova opportunità di
diffondere la propria influenza e le proprie idee all’interno
dell’Afghanistan. L’Iran ha perseguito una strategia defilata, dove
vari elementi e strumenti politici sono stati portati ad un quasi
ottimale interazione; ricostruzione, educazione, propaganda, buon
vicinato, commercio, investimenti, interdipendenza economica, religiosa
ed etnica.
Concepibilmente, come qualsiasi potenza straniera, l’Iran avrà mantenuto una certa quantità di attività di intelligence all’interno dell’Afghanistan con compiti di sorveglianza, per ottenere informazioni e reclutare agenti.
L’Iran non ha fatto mistero del fatto che la sua politica afghana ha sostanzialmente tre obiettivi. Primo, l’Iran deve affrettare la partenza della presenza militare americana in Afghanistan. Secondo, tutto quello che è possibile deve essere fatto per assicurare che i taliban non recuperino il potere a Kabul. Terzo, è nell’interesse storico, culturale e geopolitico iraniano assicurare che l’Afghanistan occidentale rimanga nella sua sfera d’influenza.
Ma nonostante l’immagine che cerca di diffondere di sé, cioè di potenza regionale in ascesa, l’Iran ha contato su una politica morbida nell’avanzare verso gli obiettivi della propria politica. Nel 2006, l’Iran ha emesso circa mezzo milione di visti ad afghani per visitare l’Iran. Il suo contributo alla ricostruzione afghana è stato stupefacente, l'equivalente di circa un miliardo di dollari statunitensi.
L’Iran ha
deciso di convivere con i perduranti collegamenti del presidente Hamid
Karzai con l’establishment di sicurezza di Washington. La mediazione
iraniana era cruciale per la sua introduzione a Kabul cinque anni fa.
L’Iran fece finta di non notare che gli Stati Uniti avevano abbassato
il livello di democrazia eleggendo Karzai presidente. E continuarono a
consigliare ai leader sciiti di collaborare con Karzai.
La
propaganda iraniana non rimprovera il governo Karzai per l’inefficenza
o la corruzione, anche se a Teheran non fa di certo piacere
l’aggravarsi della situazione afghana. Non è sorprendente se Karzai
vede Teheran come fattore di bilancio nelle difficili relazioni di
Kabul con Islamabad. Ad esclusione di tutti vicini di casa, tranne
forse nuova Delhi, è stato con Teheran che Karzai mantenuto continui
scambi a livello politico.
Kabul ha più volte mostrato che le
proprie prospettive di relazioni amichevoli con l’Iran, basati
sull’imperativo degli interessi nazionali afghani, indipendentemente
dalle relazioni tra Washington e Teheran. Similmente, Teheran apprezza
che il governo Karzai abbia sue proprie limitazioni nell’influenzare le
attività statunitensi compiute sul suolo afghano e dirette contro gli
interessi iraniani. Anche con riguardo alla rimozione di Ismail Khan
dal posto di governatore di Herat due anni fa, l’Iran ha deciso di
accettare la mossa decisa dagli Stati Uniti.
Teheran ha
problemi con la virulenta ideologia anitsciita talebana, principale
ragione del perché l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti hanno trovato il
movimento dei taliban attraente negli anni ’90. La leadership iraniana
non dimenticherà o perdonerà facilmente i taliban per aver massacrato
(spesso seppellendoli vivi) migliaia di sciiti nella regione
dell’Hazarajat e nell’Afghanistan del nord durante i loro anni di
potere a Kabul. A Mazar-i-Sharif nel 1997, quando i taliban hanno
giustiziato otto diplomatici iraniani, Teheran arrivò sull'orlo di una
guerra.
Senza dubbio l’Iran è stato uno dei principali
sostenitori dell’Alleanza del Nord. Teheran non solo ha reso un grande
quantità di materiale e assistenza militare ai gruppi dell’Alleanza del
Nord, l’allora inviato speciale iraniano Alae’ddin Broujerdi
(attualmente capo della commissione Affari Esteri e di Sicurezza del
Majlis – il parlamento iraniano) era frequente frequentatore della
regione di Amu Darya e della valle del Panjshir, vezzeggiando e
motivando la resistenza anti-talebana. Senza le capacità persuasive di
Broujerdi non sarebbero stati sbrogliati le gelosie e i conflitti di
personalità dei gruppi dell’Alleanza del Nord.
Perciò mentre il
Guardian riportava, citando ufficiali occidentali a Kabul, che Gates ha
detto “è solo una guerra di parole. Nella realtà ci sono poche basi”, i
commenti di Boucher corroborano le impressioni del giornale britannico.
“Abbiamo notato una serie di indicatori che l’Iran potrebbe essere
sempre più implicato in una malsana guerra in Afghanistan,” ha detto
Boucher con un linguaggio attentamente calibrato.
Ha detto “non
voglio esagerare. Le cose che ho notate le abbiamo anche viste: le armi
delle quali il generale Pace ha parlato; abbiamo visto i rapporti sul
coinvolgimento politico da parte dell’Iran, queste sono cose che stiamo
tenendo d’occhio molto attentamente”. Ma Boucher si è trattenuto dal
puntare il dito: “Non so esattamente chi stia facendo questo e perché,
ma sappiamo che quelle che sono state notate nelle mani dei taliban
sono armi di origine iraniana”.
Per “coinvolgimento politico”
iraniano Boucher sembrava riferirsi alla formazione del cosiddetto
Fronte Nazionale (FN) a Kabul un paio di settimane fa, che porta una
impressionante somiglianza con la defunta Alleanza del Nord ma che
cerca la riconciliazione coi taliban. Non solo il Fronte Nazionale è
presieduto dall’ex presidente Burhanuddin Rabbani, ma altri leader
dell’Alleanza del Nord si sono uniti come leadership collettiva, Ahmad
Zia Masud, Mohammad Qasim Fahim, Yunus Qanooni, Karim Khalili, Rashid
Dostum, Mohammed Mohaqiq e Ismail Khan, tra gli altri.
Questo
sarebbe il ruolo di Teheran, se c’è, nella formazione del FN; scelta
del tempo della formazione del FN; la richiesta del FN di una
riconciliazione nazionale coi taliban; la sua volontà di sistemare
Gulbuddin Hekmatyar; i tentativi di inserirsi nella base pashtun di
Karzai (il FN include Mustafa Zahir, nipote dell’ex re Zahir Shah),
tutte queste sono questioni assillanti. Ma soprattutto deve essere
unosmacco per Washington che il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad
si sta preparando a visitare Kabul nel prossimo futuro.
Non
dovrebbe essere una sorpresa che la politica afghana dell’Iran stia
cominciando a diventare sempre maggiore, anche dopo conque anni. Una
cosa è fuori dubbio. Teheran deve stare rimpiangendo il proprio ruolo
nell’aver aiutato a stabilire un regime post-taliban a Kabul sotto
influenza americana. A dimostrazione della filosofia americana “il
vincitore prende tutto”, una volta che il controllo americano sul
regime di Kabul è stato legittimato internazionalmente, Washington ha
cominciato a cercare di respingere e far retrocedere l’influenza di
Teheran in Afghanistan, incluse le province occidentali.
Recentemente
hanno cominciato ad emergere dettagli a proposito del fatto che i
servizi americani avessero trasferito ed equipaggiato terroristi
anti-iraniani che appartengono al cosiddetto gruppo Junadallah in campi
all’interno all’Afghanistan. Voice of America ne ha recentemente
intervistato il leader Abdul Malek Rigi. E’ ricercato da Teheran per
numerosi rapimenti e oltre 50 omicidi. Nel ultimo incidente, il 25
marzo, i terroristi di Jundallah hanno bloccato l’autostrada
Zahedan-Zabol nella provincia del Sistan-Balucistan, uccidendo 22
persone, ferendone altre sei e prendendo otto ostaggi. Più tardi,
quattro di questi ostaggi sono stati uccisi e le riprese video del loro
uccisione è stata trasmessa da un certo numero di canali televisivi
arabi.
La leadership di Teheran ha saggiato la natura senza
precedenti della minaccia statunitense al regime islamico. La retorica
iraniana sta cominciando ad assomigliare a quella urlata dei primi anni
della rivoluzione del 1979, quando l’imam Ruhollah Khomeini affrontò
ondata dopo ondata gli assalti statunitensi che avevano lo scopo di
abbattere il regime islamico.
Ancora una volta, come durante la guerra Iran-Iraq negli anni ottanta, i regimi arabi filo occidentali stanno agendo in linea col diktat statunitense. Il compromesso storico dell’ArabiaSsaudita nel fare entrare la Lega Araba in dialogo con Israele apre virtualmente la strada a Riyadh per avere dialoghi aperti con Tel Aviv nel prossimo futuro, col pretesto di discutere una soluzione al problema palestinese. Washington sta cercando di far montare un arco di ostilità saudita-egiziano-giordano-israeliano contro l’Iran.
Nel
frattempo il grande accumulo militare statunitense nel Golfo Persico
continua. Gates ha appena concluso una visita in Israele, la prima
visita del genere da parte di un segretario della Difesa da otto anni.
Teheran capisce che nonostante il discorso di “soluzione diplomatica”,
Bush sta alzando la tensione. Dati gli stretti legami del Partito
Democratico con la lobby israeliana, questo avvalla il discorso del
vicepresidente Dick Cheney “tutte le opzioni sono sul tavolo” quando si
parla dell’Iran. In un simile pericoloso scenario, Teheran non agirà
avventatamente. I persiani non si comportano come cow boy texani,
seguendo politiche del genere “il nemico del mio nemico è mio amico”.
E’ illogico che l’Iran abbia intenzione di aprire un nuovo fronte in
Afghanistan.
Inoltre, l’Iran valuta attentamente qualsiasi
collegamento coi taliban (e al-Qaeda), qualsiasi tattica, e potrebbe
aver previsto conseguenze a lungo termine. Inoltre, gli iraniani hanno
stime ragionevolmente accurate della complessità delle transazioni
statunitensi coi taliban. Gli iraniani hanno sospettato a lungo che ci
sia una convergenza di interessi tra Stati Uniti, Gran Bretagna e
Pakistan per mantenere la guerra afghana ad un certo grado di intensità
come giustificazione per perpetuare la presenza militare occidentale
nella regione.
Teheran si rende conto che la continua occupazione americana dell’Afghanistan è inconciliabile coi propri interessi vitali e preoccupazioni principali. Ma, allo stesso tempo, la stabilità a lungo termine dell’Afghanistan è importantissima per Teheran. Perciò la reazione iraniana al supporto statunitense al terrorismo sarà misurata e proporzionata. Gli iraniani sanno che la guerra afghana è in gran parte una guerra dominata dalla confusione.
Possiamo aspettarci che l’Iran usi tutta la sua influenza, che è abbastanza considerevole in Afghanistan, per far rendere conto a Washington che il suo supporto al terrorismo dal suolo afghano avrà un prezzo enorme. E’ poco probabile che Pace abbia pensato a lungo prima di parlare del supporto iraniano ai taliban. Ma, come disse una volta Federico il Grande, se solo un soldato comincia a pensare, non ne rimane nessuno nei ranghi.
Fonte originale: Asia Times
M. K. Bhadrakumar ha lavorato come diplomatico di carriera nell’Indian Foreing Service per oltre 29 anni, lavorando come ambasciatore indiano in Uzbekistan (1995-1998) e in Turchia (1998-2001).