Di Patrick Seale
14 giugno 2007
Mentre Ehud Olmert, primo ministro
israeliano, si prepara per andare a Washington la prossima setttimana per
incontrare il presidente George W. Bush il 19 giugno, il Medio Oriente è
attraversato da voci di guerra, ma anche di pace. Su quale insisterà Olmert
col suo “grande fratello” americano?
Alcuni osservatori predicono un’estate calda in Medio Oriente. Pensano che
Olmert cerchi il supporto di Bush per un’altra guerra in Libano, forse questa volta estendendola alla Siria, per farla finita con i loro nemici
comuni, l’Hezbollah libanese e il regime di Bashar al-Assad a Damasco, in
preparazione per un attacco congiunto alla loro nemesi finale, il presidente
Mahmud Ahmadinejad a Teheran.
Le truppe israeliane hanno recentemente compiuto grandi manovre sia nel Golan
che nel Negev, come se si stessero preparando per un tanto strombazzato secondo
round, che alcuni stateghi israeliani credono necessario per risanare la
capacità deterrente di Israele, pesantemente intaccata dal fiasco militare in
Libano la scorsa estate.
Un’armata americana, che include due gruppi da battaglia principali e 150
velivoli da attacco, è stata radunata nei pressi delle coste iraniane.
Ma un’altra teoria vorrebbe che nè Israele nè gli Stati Uniti siano pronti ad
una guerra. Gli Stati Uniti e l’Iran hanno tenuto un incontro preliminare a
Baghdad, che potrebbe portare ad alcune consultazioni, mentre i media
israeliani hanno riportato che Olmert ha mandato messaggi segreti al presidente
Bashar a Damasco, rispondendo positivamente alle ripetute richieste del capo
siriano sulla riapertura delle negoziazioni.
Gli Stati Uniti finora hanno posto il veto a simili contatti israelo-siriani,
ma se le notizie sono fondate Olmert potrebbe chiedere a Bush via libera per
riaprire il dialogo con la Siria, che era stato interrotto nel 2000.
Come bisogna leggere questi segnali divergenti? Cosa succederà? Guerra su tutti
i fronti o un possibile passo avanti verso la pace, o se non la pace
almeno verso una qualche forma di stabilizzazione di una regione ora prorompe
violenza in ogni direzione?
Lo scenario della guerra è, sfortunatamente, il più plausibile. La distruzione
di Hezbollah, e la sua sorella palestinese Hamas, è ancora ai primi posti nella
lista dei desideri israeliana, quanto lo è, in una maniera o nell’altra, la
fine del programma iraniano di arricchimento dell’uranio. E seguendo il modo di
pensare israeliano, la Siria, collegamento vitale tra Iran ed Hezbollah, deve essere
neutralizzata, se ogni altro mezzo dovesse fallire anche attraverso la guerra.
Olmert e i suoi consiglieri devono essere ansiosi di bloccare e rovesciare
quelle che dal loro punto di vista sono viste come alcune tendenze
pesantemente negative.
- Negli Stati Uniti sta crescendo la pressione per un ritiro
americano dall’Iraq, dove l’aumento delle truppe statunitensi ha evidentemente
fallito nello scopo di domare la letale insurgenza, e dove gli Stati Uniti si
trovano di fronte la possibilità, anche solo la probabilità, di una sconfitta
strategica. Un ritiro americano, anche se portato avanti in varie fasi nel corso
di un anno o due, significherà inevitabilmente in una perdita di influenza. Non
è una buona notizia per Israele.
- Intanto l’Iran, per niente intimorito dalle sanzioni
internazionali, sembra più determianto che mai a portare il ciclo di
arricchimento dell’uranio su scala industriale, fornendogli alla fine i mezzi
per avere armi nuclaeari. Nè gli Stati Uniti, nè gli europei, nè il Concilio di
Sicurezza dell’Onu hanno ancora trovato
una formula che faccia i conti con quella che Israele vede come una minaccia
mortale.
- Lungi dall’essere stato indebolito, Hezbollah si dice si
sia rifornito di circa 25.000 missili e di un grande numero di armi russe
anti-carri armati, simili a quelli che hanno messo in difficoltà i carri
Merkeva israeliani la scorsa estate.
Peggio ancora, la campagna diplomatica israeliana per
persuadere l’Unione Europea a definire Hezbollah un’organizzazione terroristica
sono falliti. La Francia, sulla quale Israele ha posto grandi speranze a tale
riguardo, ha invitato rappresentanti di Hezbollah a Parigi per prendere parte
ad un incontro con lo scopo di rilanciare un dialogo tra le fazioni libanesi in
guerra.
- In una mossa collegata, il nuovo presidente francese,
Nicolas Sarkozy, sta ponendo termine al
boicottaggio della Siria che Jacques Chirac, il suo predecessore, ha
portato avanti a partire dall’omicidio del suo caro amico, l’ex primo ministro
libanese Rakif Hariri. Con indubbio dispiacere israeliano, la Francia ha
riaperto un dialogo con la Siria, cosa che Quai d’Orsay vede parte necessaria
di un sforzo francese per stabilizzare il Libano.
Il cognato del presidente Bashar al-Assad, il generale Asaf
Shawkat, capo dei servizi militari, ha visitato Parigi per colloqui privati, e
potrebbe ancora essere nella capitale francese.
- Un altro ostacolo per Israele portebbe essere che
la politica d'isolamento isolamento del governo palestinese dominato da Hamas sta cominciando a cedere. I
norvegesi hanno ricominciato a fornire aiuti e riconoscimento diplomatico, e
altri stanno per seguire la stessa strada. Anche gli Stati Uniti hanno
cominciato a rendersi conto che il boicottaggio e l’assedio dei territori
occupati hanno portato ad un disastro umanitario e ad una maggiore, piuttosto che
una minore, militanza palestinese.
Lontano dallo scenario di Fatah che sconfigge e distrugge
Hamas, motivo per il quale Israele, gli Stati Uniti e alcuni stati arabi
l’hanno armata e finanziata, l’ultimo feroce periodo di combattimenti
interpalestinesi suggeriscono che Hamas potrebbe sconfiggere Fatah e prendere
il completo controllo di Gaza.
La miope politica di Israele di espandere le colonie nella
West Bank, mentre cercava di affamare il governo democraticamente eletto di
Hamas fino ad ottenerne la sottomissione, ha portato al risultato che gruppi
estremisti, dal Libano e dall’interno dei territori occupati, si stanno sempre
più insidiosamente avvicinando alle frontiere israeliane.
- Olmert premerà perchè Bush aumenti l’aiuto militare ad
Israele ad oltre 2,4 miliardi di dollari e fermi la vendita all’Arabia Saudita
di maggiori forniture di armi, inclusi missili guidati via satellite, cosa che
Israele vede come minaccia alla propria supremazia regionale. Ma gli Stati
Uniti hanno bisogno di placare il proprio maggiore alleato arabo e Olmert
potrebbe non riuscire in questo.
Tenendo conto di queste tendenze negative, alcuni
pianificatori israeliani sono portati a credere che gli ultimi mesi della
carica di George W. Bush e del vicepresidente Dick Cheney presentino quella che
potrebbe essere l’ultima opportunità per Israele di sconfiggere tutti i suoi
nemici in una guerra estesa.
Lontani dall’idea di dialogare con Hezbollah ed Hamas, e con
una rinascente Siria, che secondo Israele avrebbe acquistato armi russe,
Israele e i suoi amici non si sono mai stancati di spingere gli Stati Uniti ad
una guerra all’Iran, le cui ambizioni nucleari sono regolarmente ritratte come
minaccia all’esistenza dello stato ebraico.
“Bombardate l’Iran!”, è il grido isterico dei sostenitori
israeliani della linea dura; dei neocons rimasti a Washington e del loro organo
Weekly Standard; e più recentemente di Norman Podhoretz, l’intellettuale neocon
americano che ha edito per trent’anni Commentary, il mensile ebraico, e che ora
è suocero di Eliott Abrams, il falco consigliere della sicurezza nazionale
responsabile del Medio Oriente.
La richiesta di un attacco militare contro l’Iran è arrivata
dal senatore Joseph Lieberman del Connecticut e dal suo omonimo, Avigdor
Lieberman, il razzista e guerrafondaio ministro israeliano degli affari esteri,
cioè l’attuale ministro israeliano col compito di confrontarsi con l’Iran.
Questi appelli alla guerra possono essere classificati, secondo le parole di
Muhammad el Baradei dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, come
deliri dei “nuovi pazzi”? Soffiare sul fuoco porterà inevitabilmente ad una
guerra?
Olmert ha accennato alla possibilità di essere pronto a
dialogare con la Siria se questa taglierà i suoi legami con l’Iran e Hezbollah
e finirà il suo supporto ad Hamas e agli altri gruppi militanti palestinesi.
Queste sono precondizioni completamente irrealistiche, come chiedere a Israele
di tagliare i propri legami con gli Stati Uniti. I legami siriani con l’Iran e la
sua comunità sciita nel Libano meridionale sono vecchi di decenni e non saranno
sciolti fino a che non ci saranno chiari segni che Israele sarà pronto ad un
ritiro dai territori occupati siriani e palestinesi e ad una pace definitiva.
Se questa analisi è corretta, Israele e i suoi amici
continueranno a premere sugli Stati Uniti per fare guerra all’Iran e ai suoi
alleati, alla stessa maniera in cui hanno premuto per una guerra contro l’Iraq
nel 2003; ci proveranno, ma potrebbero non riuscirci. Il mondo è cambiato.
Sulla scia della catastrofe irachena e della violenza che
prorompe ovunque, la strategia internazionale prevalente è cercare una risoluzione dei conflitti,
specialmente tra Israele e i suoi vicini, piuttosto che creare altri scontri e
altro odio.
Patrick Seale è uno dei maggiori scrittori britannici sul Medio Oriente, ed è
autore de “Il Leone di Damasco” e “Abu Nidal, una pistola in vendita”.